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Chi ha vinto, chi ha perso

22 giugno 2017

CHI HA VINTO, CHIA HA PERSO
Mentre incombono i ballottaggi, ancora ci si chiede chi ha vinto e chi ha perso al primo turno delle amministrative. Se è calata la percentuale dei votanti, e di parecchio, è ovvio che la democrazia è più debole; quindi hanno perso tutti?
Ricordo un appello elettorale del mitico Ciriaco De Mita, alla vigilia delle politiche del 1987. L’edificio della Prima Repubblica cominciava già a mostrare crepe, e l’astensione danneggiava la Dc, di cui De Mita era segretario. Disse che capiva la tentazione di disertare le urne; ma dalla politica, aggiunse, non ci si può chiamare fuori; se non partecipi alla vita pubblica, c’è sempre qualcuno che decide per te. Onestamente, non credo che in quel caso De Mita avesse torto. Nessuno dei partiti di allora è rimasto in campo. Grandi democrazie come gli Stati Uniti d’America, il Regno Unito, la Germania sono tuttora governate dalle stesse forze politiche, che si chiamano sempre nello stesso modo. I partiti italiani invece furono travolti dagli scandali e dalla storia. Ci fu una stagione in cui l’elezione diretta dei sindaci e i collegi uninominali riavvicinarono i cittadini alla politica. Tra il 1993 e l’inizio degli anni Duemila furono eletti sindaci che seppero interpretare le loro città, anche se poi non ebbero grande fortuna nella politica nazionale. Oggi quello spirito non c’è più. Il livello dei candidati è sceso. E se un Parlamento di nominati ha ben poco credibilità, è ancora più allarmante che neppure l’elezione del sindaco richiami gli italiani alle urne, anche in città come Genova dove lo spirito civico e l’attaccamento all’identità locale è forte. Se poi la sinistra dovesse perdere l’unica grande città – oltre a Firenze – dove dal 1993 in poi ha sempre vinto, il contraccolpo sarebbe duro. I renziani darebbero la colpa al candidato, i bersaniani a Renzi. E sarebbero sconfitti tutti. La destra potrebbe festeggiare una vittoria storica; ma una partecipazione al di sotto del 50% dovrebbe preoccupare anche i vincitori. L’appelo di De Mita fu in parte ascoltato: alle elezioni del 1987 votò l’88,8% degli aventi diritto, lo 0,8% in più rispetto alle politiche precedenti. Il record resta il 93,8% del 1953, le elezioni dove un premio di maggioranza che scattava per la coalizione che avesse raggiunto il 50% dei voti più uno fu bollato come <>.
Fonte: lettere ad Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera

L’ansia

22 giugno 2017

L’ANSIA
Guardo i ragazzi sciamare per strada dopo il tema di maturità e avverto l’imbarazzo di essere stato, rispetto a loro, un privilegiato. Ricordo le emozioni di allora, lo stato di panico che si sarebbe ripresentato negli incubi adulti, quando mi sarei rivisto davanti alla commissione d’esame e a un foglio bianco, senza sapere ancora quale vita ci avrei messo dentro. In realtà il giorno degli esami sapevo benissimo che una vita ci sarebbe stata e che prova iniziatica mi sarebbe rimasta impressa proprio perché unica: il preludio a un futuro magari non altrettanto memorabile, ma disseminato di sufficienti certezze e reti di protezione. La maturità era il rito con cui si usciva dall’età dell’incoscienza per entrare in quella della ragione. Adesso segna il passaggio dal pianoro delle tutele al bosco del precariato. Dall’età dell’incoscienza all’età dell’ansia. Ascolto i ragazzi commentare la loro iniziazione come si fosse stata l’ultima e non posso fare a meno di pensare che non sarà così. La società degli X Factor, dove uno su mille ce la fa e gli esclusi restano a inveire sulla tastiera, si basa sui provini continui dagli esiti instabili. L’energia prorompente di questi maturandi e futuri laureati rischia di languire dentro un lavoretto malpagato, un contratto di pochi mesi, un praticantato non retribuito. Qualcuno ce la farà: i più intraprendenti e i più ammanicati. Molti scapperanno a cercare altrove la strada di casa. Tutti gli altri andranno a ingrossare le file dell’esercito di chi dice che questo mondo è diventato troppo ingiusto per non essere anche sbagliato.
Fonte: Massimo Gramellini sul Corriere della Sera

La gazzarra

22 giugno 2017

LA GAZZARRA
Non si coglie il nesso tra movida e no-Tav, tra i centri sociali e i capannelli birrosi che fanno casino fino all’alba. Si leggono dunque le cronache della gazzarra in Santa Giilia, a Torino, e relativi commenti, ma il nesso continua a sfuggire. A meno che sia una generica e comune ostilità contro “gli sbirri”, quella che porta alla strana alleanza tra giovani molto radicalizzati e giovani solamente alcolizzati, furibondi per l’ordinanza della sindaca contro le bottiglie di vetro. Le nostre città sono strette e molto abitate, il conflitto tra i dormienti e gli urlanti è abbastanza inevitabile, so che cosa significa avere sotto le finestre un localino molto trendy con trendissimi trentenni che bivaccano fino alle quattro, chiacchierando del più e del meno (quando va bene) con il tono di voce di Pavarotti. Ma questa inedita alleanza tra il centro sociale con molte kappa nel nome e i ragazzotti con molti bicchieri in pancia è sorprendente e a suo modo anche affascinante. Poiché il tema è caldo, e delle alleanze (anche tra ex consanguinei) si parla, in politica, come di un’impresa disperata, magari un viaggetto a Torino può fornire qualche idea sul come, quasi dal niente, può nascere un fronte ampio. Una birretta aiuta sempre.
Fonte: Michele Serra su la Repubblica

L’accordo elettorale

21 giugno 2017

L’ACCORDO ELETTORALE
L’esito del voto al Senato sulla Consip ha un evidente significato politico. La maggioranza, ossia il Pd, ha tenuto grazie al soccorso di un manipolo di senatori di Forza Italia e di Ala, il gruppo di Verdini. Ne deriva una fotografia illuminante, soprattutto in vista di un domani – la nuova legislatura – che si annuncia fragile e carico di incognite. In altre parole, si capisce la determinazione con cui Silvio Berlusconi rigetta l’ipotesi di un accordo elettorale con la Lega. La sua tenacia è proporzionale alla volontà di mantenere e rafforzare nel prossimo Parlamento il rapporto con Matteo Renzi . Un asse centrista tra Forza Italia come espressione del Partito popolare europeo e il Pd modellato dal suo leader a propria immagine. Nella speranza che questo binomio sia sufficiente a garantire un equilibrio. Ieri sulla Stampa Ugo Magri ha descritto l’ostinazione con cui Berlusconi si adopera per ottenere dalla Corte dei diritti umani di Strasburgo la possibilità di ricandidarsi. Anche a costo di farlo “con riserva” ovvero drammatizzando la situazione se la candidatura gli fosse preclusa. Il fondatore di Forza Italia è un maestro nel farsi passare per vittima di un sopruso quando gli conviene. E in questo caso avremmo un ex presidente del Consiglio, capo dell’opposizione, a cui si vieta di tornare in Parlamento: sarebbe un buon argomento per una campagna elettorale giocata sulle note della nostalgia e sul richiamo personale ed emotivo che Berlusconi ancora esercita su un segmento di elettorato. Ovvio che su questo terreno Salvini è più un ostacolo che un vantaggio. Con le sue posizioni nazionaliste ed euro-scettiche il capo della Lega è molto lontano da un Berlusconi la cui linea sull’Europa è oggi sovrapponibile a quella di Tajani, ortodosso e filo-tedesco presidente del Parlamento dell’Unione. Si dirà che in politica le contraddizioni si coprano in un attimo quando c’è interesse a farlo. Ma stavolta l’interesse di Berlusconi consiste nel l’esaltare le differenze, non certo nell’attenuarle. Se vuole giocare un ruolo nei prossimi due o tre anni, l’anziano leader del centro destra deve tentare di riaccreditarsi negli ambienti moderati continentali, ossia l’aria in cui è egemone Angela Merkel. A tal fine il “lepenista” Salvini è del tutto controproducente, a meno che non accetti una piena e totale subordinazione a Forza Italia, il che è irrealistico. Di certo Berlusconi non può ammettere che l’opinione pubblica si convinca che esiste un duopolio al vertice del centrodestra. Un duopolio in cui l’impetuoso leghista, con il suo linguaggio perentorio e la sua linea priva di mediazioni, rischierebbe di essere percepito come l’elemento trainante. Altro discorso merita Giorgia Meloni, alla quale l’ex premier dedica sempre parole di simpatia. La giovane romana è titolare di un 4,5-4,8 per cento nelle intenzioni di voto e potrebbe forse essere recuperata a un’intesa con Forza Italia in qualità di ala destra di un partito che guarda al centro. Non è chiaro a quale percentuale punti realisticamente Forza Italia. Al di là delle smargiassate, un 18 per cento sarebbe un risultato di rilievo. Vorrebbe dire, fra l’altro, che Renzi non è riuscito a conquistare molti consensi nell’area berlusconiana. Di conseguenza, il rapporto fra i due sarebbe obbligato. Con Forza Italia solida abbastanza per porre condizioni. E Renzi forse condizionato da un partito a sinistra che al momento non è chiusa e chissà se lo sarà quando andremo a votare. Alla vigilia delle ferie estive, il bilancio politico di Berlusconi è tutt’altro he negativo. Di nuovo al crocevia dei giochi politici, rimesso in campo dalle manovre sulla riforma elettorale che hanno danneggiato Renzi e Grillo, ma non Forza Italia. Certo, al Nord l’alleanza con la Lega conserva un peso a cui non si può rinunciare a cuor leggero Domenica i ballottaggi nelle città potrebbero dimostrare che il centro-destra vince quando è unito. E infatti sono tanti i parlamentari di Forza Italia nordisti le cui speranze di rielezione sono affidate, di qui al 2018, a una qualche intesa con Salvini. Ma se la strategia di Berlusconi non è lo scontro finale con il Pd renziano, bensì ua forma di compromesso permanente, la lista solitaria ha un senso. Soprattutto con un sistema elettorale che è ormai proporzionale.
Fonte: Stefano Folli su la Repubblica

Il mitico e il grande

21 giugno 2017

IL MITICO E IL GRANDE
In un ristorante italiano di Tenerife, vivamente consigliato ai possessori di giubbotto antiproiettile, hanno appeso alla parete i ritratti di alcuni orgogli nazionali: Roberto Baggio, Cannavaro mentre alza la Coppa del Mondo e Totò Riina. L’accostamento calcio-mafia rivela un mondo, ma finché è solo quello del ristoratore potrebbe ancora lasciarci moderatamente stomacati. Il tasso di nausea aumenta quando la foto viene rilanciata su Facebook dal figlio del Padrino in persona, Salvo Riina, con parole grondanti stima per la figura paterna. Stima condivisa da molti visitatori della pagina, uno dei quali commenta: <> senza curarsi di specificare chi tra Baggio e Riina meriti il primo appellativo e chi il secondo, ma facendo chiaramente intendere che considera entrambi dei fuoriclasse. Un parente o un amico hanno tutto il diritto di essere orgogliosi della fama ottenuta da un proprio caro e persino di renderla pubblica. Ma dipende dal tipo di fama. Riina non sta sulla parete per avere segnato un golo o dipinto la Gioconda. Ci sta per aver fatto saltare in aria Falcone e Borsellino. Chi mena vanto dei talenti di quell’uomo ne condivide la visione, smentendo il tentativo in atto di accreditarsi come una famiglia normale che chiede assistenza a domicilio per il patriarca malato e bonus-bebé per la figlia nullatenente. Le colpe dei padri non ricadono sugli eredi. A condizione però che gli eredi non le ostentino come delle coppe.
Fonte: Massimo Gramellini sul Corriere della Sera

Fascisti e islamisti

21 giugno 2017

FASCISTI E ISLAMISTI
sono sospinti dal medesimo odio delle diversità, dalla stessa ideologia suprematista e dall’uso delle stesse tattiche omicide. Se condanniamo i predicatori dell’odio quando ci attaccano i terroristi islamici, dobbiamo fare la stessa cosa con l’islamofobia>>. Così Brendan Cox, vedovo della deputata laburista Jo Cox (uccisa da un fanatico di estrema destra che l’accusava di essere “mondialista”) commenta la rappresaglia contro la moschea di Finsbury Park. Se questa analisi è giusta, come a me sembra, ne derivano delle conseguenze politiche e culturali molto precise. Gli orribili titoli razzistiche molti giornali di destra (anche italiani) dedicano ai musulmani in quanto genia criminale valgano ad alimentare la violenza quanto i siti jihadisti: sono l’altra metà della stessa mela. Non solo perché tutti gli intolleranti si assomigliano e si apparentano. Ma perché il “noi vi odiamo perché voi ci odiate” soddisfa lo schema genocida “o noi o loro” e prepara lo scenario agognato dal jihadismo, il bagno di sangue che le minoranze fanatiche sognano a danno delle maggioranze pacifiche e miti.
Fonte: Michele Serra su la Repubblica

Le righe vanno forte

21 giugno 2017

LE RIGHE VANNO FORTE
Shopping in città. <>. <>. <>. <>. <>. <>. <>. <>. <>. <>. <>. <>. <>. <>. <>. <>. <<Si muore. <>.
Fonte: Paolo Di Stefano sul Corriere della Sera