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COMUNICATO

27 dicembre 2018

A TUTTI GLI AMICI ED ESTIMATORI DEL NOSTRO OSSERVATORIO PER LA LEGALITA’

Per gentile concessione ed ospitalità della Coop. CAPS ci siamo trasferiti presso la Casa del Culture.
Pensiamo di essere operativi entro il prossimo gennaio 2019, in quanto dovrà essere effettuata la sistemazione ed archiviazione della copiosa documentazione per la quale auspichiamo, in quanto ben accette, forme di collaborazione volontaria.
pER EVENTUALI ACCORDI, POTRETE CONTATTARCI AL 347 68 39 372.
Cogliamo l’occasione per rinnovare i nostri più sentiti ringraziamenti, sia alla Coop. CAPS che alla Casa delle Culture per la particolare sensibilità e disponibilità dimostrata nei confronti del nostro sodalizio, in sintonia con i rispettivi principi istituzionali.
Auguriamo a tutti BUON 2019
OSSERVATORIO PER LA LEGALITA’ E LA SICUREZZA

Il passo (lento) dell’Unione europea

6 dicembre 2018

A Bruxelles è stato compiuto un passo modesto, ma non insignificante

L’accordo raggiunto martedì dall’eurogruppo (il consesso dei ministri delle finanze dei Paesi della zona euro) sulla riforma dell’area a moneta comune ha prodotto una serie di misure che dovrebbero rafforzare la capacità del Sistema di contrastare gli effetti di crisi future. Questo risultato è stato preceduto da mesi di negoziati, tavoli tecnici, documenti della Commissione Europea e contributi di esperti indipendenti. Rappresenta un passo modesto, ma non insignificante. L’ennesimo esempio di come sia difficile in Europa progredire su riforme che implicano necessariamente una maggiore condivisione di rischi tra Paesi e quindi una maggiore fiducia tra partners. Ma anche di quanto — nonostante tutto — sopravviva la volontà di rafforzare la nostra Unione, approfondendo e migliorando gli strumenti di politica comune.

Il risultato di martedì non è stato considerato una notizia da prima pagina. Riguarda, infatti, riforme relativamente tecniche che hanno rilevanza in caso di crisi acuta, non in tempi in cui l’economia — per quanto non in perfetta salute visti i primi segni di un nuovo deterioramento — appare lontana dalle preoccupazione suscitate nel 2008, 2011 e 2012. L’accordo riguarda i temi emersi in quegli anni, non i problemi emergenti oggi. Ma una futura crisi non si può escludere e l’Unione Monetaria, per sopravvivere, ha bisogno di dotarsi di strumenti per combatterla. Sono già state messe in campo riforme che oggi ci rendono più robusti, ma il processo di messa in sicurezza va completato.

Veniamo alle proposte. Il progresso più importante è sul fondo di risoluzione per le banche insolventi. Si riconosce la possibilità del fondo di risoluzione di accedere ai prestiti del Meccanismo Europeo di Stabilità e si rafforza quindi la credibilità dell’unione bancaria, che oggi ha un forte braccio preventivo, ma non ha munizioni per agire in caso di fallimenti bancari. Il principio che sancisce l’importanza di questo strumento preciso è stato riconosciuto anche se i tempi di attuazione saranno più lunghi del previsto, a meno che non si faccia pulizia dei prestiti deteriorati più velocemente di quanto si stia facendo ora. Un richiamo a fare in fretta a Italia, Grecia e Portogallo.

Un altro passo importante sul piano del principio, ma ancora debole nella sostanza, è l’accoglimento della proposta franco-tedesca di un bilancio della eurozona. Non è stato possibile approvarla formalmente(per via dell’opposizione dei Paesi Bassi), ma è stata messa in agenda in occasione del prossimo summit. Se sarà varata — nonostante si tratti di un bilancio limitato, senza una vera e propria funzione di stabilizzazione ciclica — ci saremo dotati di uno strumento seppure embrionale ma capace di svilupparsi in un progetto molto più ambizioso.

Altre riforme su cui si è lavorato e discusso rimangono invece ferme: non è passata per il momento l’ assicurazione comune sui depositi bancari, ma è stata riaffermata la volontà di non chiudere il dossier, continuando con l’analisi tecnica. Non è stato invece deliberato uno strumento comune per la stabilizzazione ciclica, ma si tratta di un esito largamente atteso. L’impianto della proposta, nonostante sia meno ambiziosa, è nello spirito del documento franco-tedesco di giugno. Sì, dunque, a un approfondimento degli strumenti di intervento comune, ma a condizione che si facciano progressi sulla diminuzione del rischio. Inoltre, implicitamente, si accetta l’idea che garanzie comuni vadano accompagnate a regole più chiare nel caso in cui la ristrutturazione del debito di un Paese si renda necessaria. La logica non è quindi di semplice solidarietà tra stati membri — peraltro non lo è mai stata — ma di intraprendere un processo in cui si procede con azioni comuni solo se si diventa più omogenei, se si accetta il principio di regole condivise, e la disciplina di mercato. L’idea, in ultima istanza, è che l’Europa non garantisce sempre tutti e a qualunque condizione.

Dobbiamo considerarlo progresso? È stato fatto un piccolo passo avanti, ma un passo che non scalderà i cuori perché la discussione sugli strumenti anti-crisi sembra, erroneamente, aver a che fare con i problemi dell’ultima Guerra (le crisi del 2008 e del 2011-2012), non con quelli di cui si discute oggi. Problemi che riguardano il malessere diffuso di una società balcanizzata non solo in Italia, che si sente estranea al processo di integrazione europea. Al meglio lo ignora o non ne comprende l’effetto concreto sul proprio benessere. Al peggio lo considera all’origine stessa del malessere.

Per questo è imperativo che l’Europa dia ora un segnale chiaro mettendo sul piatto risorse comuni per la crescita e l’inclusione sociale. Chi dice «vogliamo l’Europa, ma la vogliamo diversa» dice esattamente questo, ma non spiega quali siano le condizioni per cambiare la stasi di oggi. Per arrivare ad una Europa che ci renda al tempo stesso più robusti dinnanzi alla prossima crisi e più vicini ai problemi di oggi dei cittadini, si deve accettare la logica di un negoziato complesso e lento. L’unico modo per fare di più, per farlo insieme e per farlo meglio è rafforzare il processo politico di integrazione, stabilendo alleanze trans-nazionali, partecipando ai negoziati tra Paesi e facendo, per quanto faticosi, i compiti a casa.

Fonte: Commento di

 Lucrezia Reichlin        Corriere della Sera

Vittime collaterali

6 dicembre 2018

Alcune settimane fa, Giusi Fasano ha raccolto per la «Ventisettesima Ora» del Corriere la testimonianza di Renato, un signore di 74 anni che, assieme alla moglie, si occupa di due nipotini doppiamente orfani: hanno perso la madre, morta davanti ai loro occhi, ma anche il padre, perché è stato lui ad accoltellarla. Il nonno materno raccontava la vita grama delle «vittime collaterali» di un femminicidio. Le spese per gli psicologi e gli insegnanti di sostegno dei bimbi, le medicine per farli dormire, le rate del mutuo della casa appartenuta alla mamma. Renato ammetteva di tirare la cinghia, ma non chiedeva soldi, solo qualche facilitazione burocratica. Invece è stato travolto dal cuore dei lettori. Gli adulti hanno spedito denaro e i bambini i loro giocattoli, gli avvocati hanno offerto assistenza gratuita e altri si sono proposti per sbrigare pratiche e organizzare collette. Tutti al telefono esordivano con la stessa frase: «Che cosa possiamo fare?».

Bella domanda. Mi è tornata alla mente quando ho letto che l’emendamento di Mara Carfagna che destinava 10 milioni di euro alle «vittime collaterali» dei femminicidi era stato bocciato dalla commissione Bilancio della Camera. Che cosa possiamo fare? Una maggioranza che si proclama populista dovrebbe conoscere la risposta: la stessa dei lettori del Corriere. Ma se toglie soldi ai nonni di quei bambini per darli ai «navigator» di Di Maio, viene il sospetto che non sappia più che cosa fare e quindi possa fare di tutto.

Fonte:   di Massimo Gramellini     Corriere della Sera

Leader e ministro, la confusione istituzionale di Salvini

5 dicembre 2018

Matteo Salvini non solo non sa distinguere il suo ruolo di capo della Lega e di Ministro dell’Interno, ma usa la sua tribuna di Ministro dell’Interno per dare massimo risalto alla sua figura di capo della Lega. Avvelena il dibattito politico e svilisce il ruolo di governo

Ora Matteo Salvini, che è ministro dell’Interno la cui missione dovrebbe essere la tutela della sicurezza pubblica, invita bruscamente e inurbanamente il magistrato Armando Spataro, a ritirarsi in pensione. Reazione sproporzionata, oltre che maleducata, a una considerazione critica del Procuratore capo di Torino su un precedente e intempestivo tweet di Salvini su un’operazione di polizia contro la mafia nigeriana, con il rischio di mandare per aria tutta l’indagine. Un’istituzione dello Stato e del governo gioca pesantemente contro un altro uomo delle istituzioni. Ma è solo l’ultimo caso. Poche ore prima Salvini, capo della Lega e ministro dell’Interno riuniti in un’unica figura, aveva sbrigativamente liquidato come un molesto boicottatore il presidente di Confindustria. Confindustria non è un’istituzione e una critica alla sua linea e ai suoi metodi è legittima e democraticamente necessaria, figurarsi. Ma che senso ha una risposta come «andate a lavorare» come se la critica al governo, anch’essa legittima e democraticamente necessaria, fosse una inammissibile perdita di tempo?

Prima ancora Salvini aveva rinfacciato al leader della Commissione Europea una sua presunta inclinazione al consumo alcolico. E poi aveva preso in giro la Commissione Europea, esortandola a scrivere una «letterina di Natale». E ancora prima aveva detto al presidente della Camera Fico, peraltro membro di un partito coalizzato al governo con la Lega, di farsi un po’ gli affari suoi, come se una legge uscita dal Parlamento non fosse anche un po’ affare del suo Presidente. Prima aveva bersagliato il presidente dell’Inps, invitandolo a levare il disturbo anzitempo presentarsi alle elezioni con il PdPrima aveva deriso i magistrati palermitani che gli avevano spedito un avviso di garanzia per la nave Diciotti, sbertucciandoli pubblicamente e dicendo loro che, non essendo eletti, non avrebbero avuto titolo a indagare un politico eletto. Fatti diversi, con interlocutori e bersagli diversi. La magistratura, un’istituzione dello Stato, non è un associazione di categoria, un gruppo di interesse, per esempio

E il presidente dell’Inps ha un profilo politico molto marcato, che ovviamente può essere discusso anche polemicamente. Ma tutti questi fatti, queste dichiarazioni tonitruanti, queste battute beffarde da bar che sostituiscono lo sforzo dell’argomentazione, hanno in comune un’insofferenza assoluta e incondizionata per ogni genere di critica. Un crescendo di derisione, di liquidazione brutale, di demolizione aggressiva dell’interlocutore che appare sempre più incompatibile con i modi e gli atteggiamenti che un rappresentante del governo è tenuto ad osservare, qualunque sia il colore e la linea politica di quel governo. I, problema non è solo stilistico, o estetico, qualcosa che riguarda soltanto il lessico p la posa di un politico e nemmeno lo strumento, Twitter e Facebook, che Salvini usa con perizia collaudata, peraltro. Il problema è che Matteo Salvini non solo non sa distinguere il suo ruolo di capo della Lega e di Ministro dell’Interno, ma soprattutto usa la sua tribuna di Ministro dell’Interno per dare massimo risalto alla sua figura di capo della Lega. Qui è il corto circuito, che non è solo questione di “toni” e di buona creanza (che pure non andrebbe calpestata con tanta voluttà da curva dello stadio), ma è una confusione istituzionale che avvelena il dibattito politico e svilisce il ruolo di governo. Come capo della Lega Salvini rappresenta una parte degli italiani, di italiani che ne condividono la linea e che nutrono per lui consenso, ammirazione e anche amore, ma come ministro dell’Interno rappresenta tutti gli italiani, anche quelli che non lo hanno votato e che, legittimamemte e in forme ovviamente civili e non violente, lo detestano sul piano politico . Come capo della Lega Salvini può entrare in conflitto con chiunque, ma come membro del governo di tutta l’Italia non può, pena il caos istituzionale, entrare in conflitto aspro e senza esclusione di colpi con tutte le istituzioni, nazionali ed europee. Come capo della Lega può scontrarsi con chiunque, è la democrazia. Ma come ministro dell’Interno e addirittura come aspirante al tutolo di premier alle prossime elezioni, il suo dovere è di non consumarsi e anche incarognirsi in uno scontro permanente e distruttivo con chiunque gli si pari davanti, nel mondo delle istituzioni soprattutto. Una sovrapposizione pericolosa. Il ministro dell’Interno è obbligato a tenerne conto, anche a costo di qualche sacrificio sul terreno della propaganda.

Fonte:  di Pierluigi Battista   Corriere della Sera

Lessico familiare

5 dicembre 2018

«Sfortunatamente è un mondo dove comandano i miserabili, i mafiosi e i soldi, ma il potere di Dio è superiore a tutto questo». Uno legge certe parole e pensa che le abbia pronunciate un missionario davanti a un villaggio in fiamme o la vedova di una vittima del cartello di Medellin. Invece le ha scritte sui social la sorella di CR7, Elma Ronaldo, per commentare l’assegnazione dell’Oscar del calcio a un giocatore diverso da suo fratello. Poiché nel recente passato Ronaldo aveva già vinto quel premio cinque volte, bisogna dedurne che i soldi, i mafiosi e i miserabili abbiano conquistato il mondo soltanto l’altra sera, dopo essersene stati per svariati anni in vacanza alle Maldive.

Cristiano Ronaldo è il più forte e meriterebbe di alzare al cielo il Pallone d’Oro anche tutti i mesi, non è questo il punto. Il punto è l’accentuata predisposizione al vittimismo, fino alla perdita del senso delle proporzioni, ogni volta che a venire sfiorato dalla presunta ingiustizia è uno della tua corporazione o, Dio non voglia, un parente stretto. Per un 4 a tuo figlio puoi arrivare a prendere a sberle chi glielo ha dato. E comunque nulla ti toglierà dalla testa che quel voto sia la spia di un complotto ai danni della tua famiglia. C’è chi ha costruito carriere politiche sul sentirsi perseguitato da giudici, gufi, eurocrati, radical-chic, vigili urbani. E negli ambienti di lavoro fare la vittima è sinonimo di fare carriera. Siamo una società fondata sul lamento. Ecco, mi sto lamentando anch’io.

Fonte:  di Massimo Gramellini            Corriere della Sera