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Racconti, Augias: “Se il web dilaga gli umanisti servono ancora?”

13 dicembre 2017

Il liceo classico è ancora la scuola top? Quanto contano oggi gli studi umanistici e quali altre conoscenze possono essere più utili ad esseri umani in formazione? Domande e dubbi che si pone Claudio Giunta in “E se non fosse la buona battaglia?” (il Mulino)  Giunta, che insegna Letteratura italiana all’università di Trento, passa in rassegna diversi tipi di istituti superiori e osserva: “Una conoscenza reale critica di un numero limitato di argomenti vale più della conoscenza superficiale del tutto”. Conclude Augias: “Gli studi umanistici erano e restano importantissimi. Ma il mondo di oggi chiede di rinunciare a questo in cambio di altre specializzazioni più pratiche e applicabili alla vita”.

Fonte: da Racconti Augias- Repubblica i.t.

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Telefonino ammesso al test per il premio

13 dicembre 2017

Il ministero dei Beni Culturali sta per premiare 5.105 dipendenti. Però i termini del «concorso» interno con scadenza 6 dicembre lasciano perplessi

Buon compleanno, Merito! In occasione del decimo anniversario del più assurdo accordo sindacale di tutti i tempi, quello del 2007 quando «anche i dirigenti del Tesoro condannati definitivamente per delitti penali dolosi o per danno erariale» furono «premiati per i risultati conseguiti dall’amministrazione nella lotta all’evasione», il ministero dei Beni Culturali sta per premiare 5.105 dipendenti. Uno su tre. Dopo anni di stipendi fermi, nessuna obiezione. Però…

Però i termini del «concorso» interno con scadenza 6 dicembre lasciano perplessi. Come spiega la circolare 273 del 24 novembre, la prova finale è consistita «in un test di valutazione composto da 30 domande a risposta multipla (tre possibilità di risposta, di cui una esatta)». Per capirci, tipo i quiz televisivi: «Dove cade più neve d’inverno? A) Somalia B) Alaska C) Cuba». Certo, qui le domande erano più complicate. Tipo: «Secondo quanto prevede il Codice dei beni culturali e del paesaggio e succ. mod. possono essere alienati i beni culturali immobili appartenenti al demanio culturale e non rientranti tra quelli elencati nell’articolo 54, comma 1?» Oppure: «Il cosiddetto Art Bonus previsto dal DL 31 maggio 2014, n. 83 convertito dalla legge 29 luglio 2014 n. 106, si applica per le erogazioni liberali destinate a quali interventi, nel caso di enti e istituzioni pubbliche che, senza scopo di lucro, svolgono esclusivamente attività nello spettacolo?»

Da far tremar le vene e i polsi, per chi sappia tutto del rinascimento, della Magna Grecia o del dadaismo ma zoppichi in deliri ministerial-burocratesi. E già t’immagini una strage di storici dell’arte preparatissimi sul Bernini ma sbigottiti davanti al comma 16 novies decies.Niente paura. C’era l’aiutino. Dopo essersi allenato con le 300 domande di base, la prova d’esame era questa: il dipendente, seduto alla propria scrivania, davanti al proprio computer, dotato del proprio telefonino doveva rispondere in 45 minuti a trenta domande. Ai concorsi c’è il divieto per i cellulari e «l’uso di apparecchiature elettroniche portatili di tipo «palmare» o computer portatili di qualsiasi genere, in grado di collegarsi all’esterno degli edifici scolastici tramite connessioni wireless»? Qui no. Al punto che, scaricate le domande nel computer, il concorrente poteva via via trovare col «cercaparola» le domande e le risposte esatte. Un minuto e mezzo a quiz. Bastanti a far fare un figurone ai più digiuni di burocrazia. E il merito? Uffa!

Fonte: Corriere della Sera- G.A.Stella

Misurare la corruzione serve per studiare interventi mirati

13 dicembre 2017

I dati sulla corruzione «misurata», fondati su una rilevazione ufficiale e sicura, confermano quelli già rilevati da Eurobarometro sulle vittime della corruzione, secondo i quali l’Italia sarebbe uno dei Paesi meno corrotti d’Europa

È vero che l’Italia è endemicamente corrotta? Secondo classifiche dell’International Country Risk Guide, del Corruption Perception Index, di Word Bank Indicators, l’Italia è più corrotta della Namibia, della Georgia, del Ghana, del Rwanda, di Cuba, dell’Arabia Saudita, collocandosi al 90°, al 69° e al 52° posto nelle rispettive classifiche. Il costo della corruzione sarebbe di 60 miliardi all’anno, pari a metà del costo della corruzione di tutti i Paesi dell’Unione europea messi insieme.

Ma già numerosi studiosi hanno dimostrato che il costo stimato della corruzione è una «leggenda» (basta dare una scorsa a quello che hanno scritto Luca Ricolfi e Caterina Guidoni nel volume su «Il pregiudizio universale» edito da Laterza nel 2016). E tutti sanno che la maggiore conoscenza di singoli episodi di corruzione e il modo in cui sono riportati nei «media» influenzano la percezione della corruzione e tendono a dilatarne la portata.

Se i dati su cui si fonda l’impressione di una corruzione capillare, pervasiva, sono fondati su misurazioni della percezione del fenomeno, si potrebbero raccogliere dati più affidabili? L’Istituto nazionale di statistica ha risposto, nell’ottobre scorso, a questa domanda con un rapporto accurato, fondato su un campione di ben 43 mila persone tra i 18 e gli 80 anni, alle quali è stato chiesto di riferire episodi in cui loro o le loro famiglie erano stati destinatari di tentativi di corruzione. Il risultato è che nell’ultimo anno solo l’1,2 per cento delle famiglie ha ricevuto richieste di denaro, favori, regali o altro, in cambio di servizi o agevolazioni. I settori più corrotti si sono rivelati sanità, assistenza, giustizia, uffici pubblici; quelli meno corrotti, forze dell’ordine e istruzione. Il centro-sud è la zona dove è maggiore la corruzione.

Questi dati sulla corruzione «misurata», fondati su una rilevazione ufficiale e sicura, confermano quelli già rilevati da Eurobarometro sulle vittime della corruzione, secondo i quali l’Italia sarebbe uno dei Paesi meno corrotti d’Europa, con un indice inferiore alla media europea, alla pari della Francia, nonché quelli sui casi effettivamente verificatisi di corruzione all’estero a danno di imprese multinazionali, secondo i quali l’Italia si collocherebbe poco dopo la Germania, su 152 Paesi.

Questi dati, per quanto possano essere viziati dall’omertà di chi è stato intervistato, mostrano quanto distanti dalla realtà sono le indagini basate sulla percezione della corruzione. Su queste, però, si è innestato un circolo vizioso già acutamente rilevato da Romano Prodi sul Corriere della sera dello scorso anno: «Non ci fidiamo dello Stato e moltiplichiamo i controlli e le proibizioni». Questi, a loro volta, producono un effetto di blocco, per cui ai costi della corruzione si aggiungono, per le imprese e per la società intera, i costi dell’anticorruzione in termini di ulteriori adempimenti, di rallentamenti, di divieti. Da ultimo, si è aggiunta la norma, appena approvata scopiazzando male leggi analoghe statunitensi e britanniche, che consente a chiunque di fare segnalazioni conservando l’anonimato (l’identità non può essere rivelata), agendo come gli informatori del «Consiglio dei Dieci» nella Venezia del XIV- XIX secolo.

Queste più accurate misurazioni della corruzione consigliano un riesame della politiche anti-corruzione. Per arginare la corruzione, bisogna conoscere l’entità del fenomeno, i fattori che lo agevolano, le aree più indiziate, per concentrare gli sforzi, invece di creare sbarramenti generali che rischiano di aumentare strutture, procedure e costi pubblici, rallentando l’azione statale.

Fonte: Sabini Cassese Corriere della Sera.

Si sta come le foglioline

12 dicembre 2017

Un minuto dopo avere presentato il simbolo del partito «Liberi e uguali con Grasso», il medesimo Grasso era già accusato sui social di avere: a) abusato del suo nome; b) copiato il logo di Emergency; c) disegnato la E a forma di foglioline per denigrare l’apporto delle donne. «Da costole di Adamo a foglioline di Grasso» ha scritto una compagna indignata. E un’altra: «Non siamo foglioline, ma radici». A parte che il povero Grasso non ha mai detto che le donne sono foglioline. Ma, se per fare le gambe della E avesse usato le radici nodose di una quercia, di un ulivo o di un qualsiasi altro arbusto incenerito da vent’anni di risse rosse, forse avrebbe tacitato le oltranziste del web, di sicuro però altre forze trainanti della società — i transgender del Minnesota, i minatori del Sulcis, le sartine della Lunigiana — si sarebbero sentite discriminate.

Il principio di benevolenza consiglia di avvicinarsi alle novità con un pregiudizio di curiosità e di apertura. Nel meraviglioso mondo della sinistra vige il principio opposto di malevolenza. A chiunque faccia qualsiasi cosa, fosse anche un partito che non ha ancora poltrone da spartire, vengono attribuite di base le peggiori intenzioni. La sinistra è un’automobile a cui ogni passeggero che non sta al volante desidera soprattutto tagliare le gomme. E pensare che l’idea delle tre foglioline era venuta ad Alberto Civati, fratello grafico del Pippo fondatore. Scelto non per familismo, ovviamente, ma per garantire ai giacobini di Liberi e uguali la fogliolina mancante della fratellanza.

Fonte: Il Caffè – Massimo Gramellini – Corsera 12 dicembre 2017

IL PROF CHE HA COPIATO

6 dicembre 2017

Accusato dall’Università dove si era laureata di avere <<simulato in maniera sistematica e intenzionale prestazioni intellettuali che lei stessa non ha prodotto>>, e cioè d’aver copiato parti della tesi, l’ex ministra dell’istruzione Tedesca Annette Schavan diede le dimissioni. Accusato in  Parlamento di aver scopiazzato qua e là proprio l’elaborato richiesto agli aspiranti consiglieri dell’Anvur (l’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca) per illustrare <<sinteticamente le principali linee di intervento>> e il modo in cui ogni <<candidato intenda orientare la propria funzione>>, il professor Paolo Miccoli è stato non solo accolto nel consiglio ma ora addirittura promosso. La notizia arriva da Roars.it, il sito web creato da Giuseppe De Nicolao, ordinario di Ingegneria a Pavia, e da altri docenti decisi a fare le pulci al sistema universitario: dall’8 gennaio Paolo Miccoli diventerà presidente dell’Anvur. L’ha deciso il direttivo dell’organismo, delegato a fissare le regole (agli altri) sui concorsi universitari. Stupefacente. Sembrava infatti, dopo lo scandalo, che <<Miccoli non avesse altra scelta che mantenere un basso profilo fino alla scadenza del mandato>> . Macché: promosso. Nonostante la denuncia del plagio, nove passaggi presi qua e là su un totale di sei pagine, fosse stata raccolta a  suo tempo dal M5S e girata a tutti i componenti della Commissione cultura <<prima>> della nomina perché si rendessero conto visivamente delle scopiazzature. Nonostante gli articoli sul Corriere della Sera e su altri giornali. Nonostante un sevizio di Gaetano Pecoraro delle “Iene” aperta con la comica lettura parallela dei pezzi originali e dei pezzi copiati e chiuso con la scusa rovinosa arrangiata dal professore: <<Ho solo sbagliato a non mettere le virgolette>>. Parole che costerebbero a un laureando preso in castagna la bocciatura e la cacciata dall’aula. E questo è il punto, sottolineato da De Nicolao e dagli altri denuncianti: <<Cosa ha spinto l’Anvur a sfidare l’opinione pubblica in modo così plateale?>>. Erano convinti che la notizia non uscisse? Che nessuno si ricordasse dei precedenti? Speriamo almeno che l’Anvur  non affidi la replica a un altro membro del consiglio soprannominato “Conte Mascetti”. Che scrive cose simili: <<Sulla base d’una epistemologia evolutiva emergenziale attenta alle complessità della fenomenicità  didattica pensa che esista una datità non predefinibile…>>.

Fonte: Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera

LA BANDIERA NEONAZISTA

6 dicembre 2017

Dalla strada si vede bene. La bandiera usata dai gruppi neonazisti di mezza Europa è appesa dentro una delle stanze della caserma Baldissera di Firenze, un grande edificio affacciato sull’Arno che ospita  un battaglione e la sede del comando regionale toscano dei carabinieri, guidato dal generale Nicola Masciulli che ha da pochi giorni sostituito il generale Emanuele Saltalamacchia. Sullo stesso muro si scorgono pure un poster con un fotomontaggio dove il leader della lega Matteo Salvini tiene tra le mani un mitra e una sciarpa della Roma. E’ stato il sitodifirenze.it, dopo le segnalazioni di alcuni cittadini, a fare un video al vessillo usato durante la Prima guerra mondiale dal secondo Reich tedesco e poi entrato nell’armamentario dei simboli dei gruppi neonazisti e xenofobi, che la portano nelle curve degli stadi e nelle manifestazioni. E’ esposto nella camerata dove dormono militari che si occupano della sicurezza in città. Poco dopo la pubblicazione della notizia, l’Arma ha spiegato che in quella stanza alloggiano quattro carabinieri del 6° battaglione. Uno solo di loro, già individuato è considerato responsabile e contro di lui è stato avviato un procedimento disciplinare. <<Il comandante sta valutando provvedimenti nei suoi confronti>>, fanno sapere dall’Arma. Le conseguenze potrebbero essere anche penali. La ministra della Difesa Roberta Pinotti ha parlato di episodio <<vergognoso>> e chiesto al comandante dell’Arma, generale Tullio Del Sette, <<chiarimenti rapidi e provvedimenti rigorosi>>. <<Chiunque giura di essere militare lo fa dichiarando fedeltà alla Repubblica, alle sue legg e alla Costituzione. Chi espone una bandiera del Reich non può essere degno di far parte delle forze armate essendo venuto meno a quel giuramento>>, dice la ministra. <<I carabinieri sono un simbolo della sicurezza della nostra comunità, l’Italia, che si basa su questi valori. Per questo è ancora più grave l’esposizione della bandiera nazifascista all’interno di una caserma dei carabinieri>> conclude la ministra. Una netta condanna arriva anche da Forza Italia. <<Ci auguriamo che vengano prese pene esemplari>>, dice Mariastella Gelmini. Il 2017 è stato un anno nero per i carabinieri in Toscana. A Massa è stata aperta un’inchiesta per le violenze contro alcuni immigrati fermati nella zona di Aulla dai militari di varie stazioni. Sono oltre 30 gli esponenti dell’Arma finiti sotto inchiesta. Poi a Firenze c’è stata la denuncia di due studentesse statunitensi che hanno detto di essere state violentate da due carabinieri, conosciuti in un locale, che si erano offerti di accompagnarle a casa.

Fonte: Michele Bocci, Luca Serranò su la Repubblica

SE QUESTO E’ UN BANCOMAT

6 dicembre 2017

Il signor Giuseppe Chiarini, omonimo di un più mite letterato ottocentesco a cui sono dedicate delle strade, si è affacciato dal balcone della sua casa nel Bresciano e ha steso a fucilate il ladro rumeno che aveva fatto saltare un bancomat e lo stava caricando con alcuni complici sopra un furgone. Il tentato omicida ha patteggiato due anni e otto mesi, il rapinatore quattro mesi di meno, e c’è chi, a cominciare dallo stesso Chiarini, la considera un’infamia. Può un bandito, sorpreso in flagrante da un cittadino e sottoposto dal medesimo a un trattamento dissuasivo a base di pallettoni, essere punito con minore severità rispetto al suo giustiziere? Le budella rispondono in coro: N000. Ma il cervello, occasionalmente interpellato, si premura di fare notare che: a) il bandito non stava attentando alla vita del cittadino e neppure alla sua proprietà; b) l’artigliere appostato dietro la trincea del suo balcone non ha sparato un colpo di avvertimento e poi chiamato la polizia, ma sottoposto il manigoldo a un’esercitazione di tirassegno, con il manigoldo medesimo nel ruolo di bersaglio. Per quanto la paura dei furti sia tanta e la voglia di difendersi da soli anche maggiore, attentare alla vita di un essere umano resta più grave che attentare a quella di un bancomat. Almeno finché esiste il noioso Stato di diritto. Appena lo avremo sostituito con il più agile Far West, garantisco  che cambierà anche il Giuseppe Chiarini sullo stradario.

Fonte: Massimo Gramellini