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LA POSTA DEI NOSTRI LETTORI

20 settembre 2018

Nella prima puntata di <<La vita in diretta>>, al dibattito sulla violenza sessuale è stata invitata come opinionista Alba Parietti. Come altre volte, la Parietti predominava sugli altri e quando l’altro opinionista si è lamentato delle violenze perpetrate anche dagli immigrati, la showgirl ha argomentato che costoro hanno meno strumenti culturali rispetto agli italiani che commettono reati reati contro le donne. Dissento con Parietti: considero tanti migranti provenienti dall’Africa gente di cultura. Ma dissento soprattutto con chi la invita a pontificare su ogni argomento.

“Lei è libero di dissentire, ma se la invitano da 25 anni a questa parte vuol dire che ha un pubblico

Romolo Ricapito

 

Di Maio, rivolto al suo collega Tria, dice che un ministro bravo riesce a trovare i soldi che servono. Innanzi tutto, un ministro dell’Economia deve essere affidabile e deve curare la congruenza dei conti e la compatibilità tra entrate e uscite. E non per fare un piacere all’Europa, ma perché è il primo requisito di chi è responsabile dei conti pubblici.

 

Il vicepremier pretende dal ministro Tria il reperimento dei soldi! E’ preoccupante il fatto che continuiamo a scaricare sulle generazioni future oneri già insostenibili. Bisogna creare lavoro e quindi dare dignità al reddito senza fare regali!

Claudio Robazza

 

Il debito pubblico è arrivato a 2.300 miliardi e gli interessi da pagare ammontano a 70/80 miliardi l’anno. Eppure si vuole fare il reddito di cittadinanza. Ma quelli che erano prima al governo perché non l’hanno fatto? Forse perché volevano male agli italiani? Chi è tranquillo e sereno? Io neanche un pò: chissà cosa pensano quelli che devono comperare i nostri titoli di Stato; e se cambiano idea?

Sergio P.

 

Di Maio continua a sostenere che la legge di Bilancio deve contenere <<scelte coraggiose>>. Purtroppo dobbiamo tradurre scelte coraggiose  in più deficit e più debito. Ma una famiglia già indebitata, se fa ancora debiti, è coraggiosa o incosciente?

Gianfranco B:

 

In campagna elettorale non era Di Maio che diceva che i soldi c’erano e che sapeva dove prenderli? Perché adesso non dice a Tria dove prendere i fondi?

Annalisa Ciaffi

 

Di Mai confessi che vuole i fondi per non  perdere il consenso e il potere, e contro gli interessi dei risparmiatori e dei contribuenti.

Giorgio Ferretti

 

Perché Di Maio non trova i fondi che pretende da Tria nelle maxi evasioni fiscali e negli sprechi da lui denunciati in campagna elettorale?

Angelo Tirelli

 

Ho 62 anni, mi alzo da 17 anni alle 5 del mattino, e con il treno vado a Milano partendo dalla stazione di Pavia. Nel 2011, attivo il passante S13 ferroviario, che collega Milano a Pavia, mi sembrava di essere in paradiso: ogni mezz’ora un treno nuovo, pulito, dotato di aria condizionata, dopo anni di finestrini bloccati e caldo impossibile o freddo da Siberia. Il sogno, piano piano, è svanito  lasciando un totale vuoto organizzativo: sono mesi che i convogli sono mercè di decisioni capricciose di non si sa chi. Viaggiare è diventato improvvisamente un inferno e, per essere sicura, di prendere un treno che mi permettesse di non arrivare in ritardo, mi sono rassegnata ad alzarmi alle 4,30. Ho scritto all’Ufficio relazioni con il pubblico (Urp) della regione Lombardia: mi è stato risposto di aver inviato la protesta all’Urp della giunta. Non ci sono più santi a cui votarsi: l’unica santa rimasta e Santa Fornero che, per fortuna, presto mi darà la possibilità di raggiungere , dopo 41 anni e 10 mesi , l’agognata pensione. Mi consola, purtroppo, che mia nipote di 34 anni, emigrata in Cina dopo il dottorato in chimica, essendosi rotta un piede e dovendo tornare a casa, all’aereoporto di Parigi è stata costretta a raggiungere l’imbarco aereo da sola, con le stampelle e di fretta. La pianta delle malagrazia ormai cresce ovunque: grazie Trenord e grazie servizi francesi!

La pendolare disperata Mari S.

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Ringraziamo i lettori che ci hanno scritto. Questo scambio di notizie indubbiamente arricchisce ognuno di noi, e soprattutto il giornale. Ecco perché siamo grati a tutti coloro che arricchiscono, riferendoci le loro esperienze, le nostre pagine ma soprattutto offrono sempre più temi, che, in parte, a noi sarebbero sfuggite.

 

 

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L’OCCASIONE OLIMPICA

20 settembre 2018

Fin da Atene 1896 le Olimpiadi si sono assegnate a una città, non a un Paese. E’ sempre stato così, è uno dei motivi del fascino dei Giochi. Quasi sempre l’Olimpiade ha giovato alla città che l’ha ospitata. Nel 1948 Londra celebrò la sua ricostruzione, il 1960 simboleggiò il miracolo economico di Roma e dell’Italia, nel 1992 Barcellona si riprese il mare, nel 2008 Pechino disse al mondo che era diventata la capitale di una superpotenza. In scala minore, i Giochi invernali del 2006 (al di là di qualche impianto sovradimensionato e di altri poi abbandonati) furono un segno della rinascita di Torino. Il fallimento di oggi ha molti padri, ma anche una madre: la sindaca Chiara Appendino. Non è certo lei, lo ripeto, l’unica responsabile. Ma l’esitazione di Torino è stata fatale; nel momento in cui entra in gioco Milano, è evidente che il suo peso è maggiore. La Appendino fin dall’inizio è apparsa una grillina anomala: figlia di un industriale importante, un passato amministrativo alla Juventus, un linguaggio non aggressivo, esprimeva l’esigenza di un rinnovamento senza rottura con l’establishment subalpino. Non a caso la sindaca aveva preso una posizione giusta, a favore dei Giochi, diversa dal No ideologico della giunta grillina a Roma; ma la spaccatura nella sua maggioranza è costata tempo prezioso. Più in generale, non mi sembra che Torino abbia ritrovato la fiducia e l’energia del decennio precedente. L’arrivo di Cristiano Ronaldo ha entusiasmato gli juventini e creato curiosità all’esterno; ma sono ben altre le incognite che pesano sul futuro della città che ha fatto l’Italia.

Fonte: Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera

PUBBLICA AUTORITA’

20 settembre 2018

In virtù del profondo rispetto che porto per le leggi, regolamenti, sentense, vorrei sapere a quale pubblica autorità (ministero delle Finanze? Ufficio dei Tributi? Tribunale di Genova? O il Tar del Lazio, che è un po’ la summa di tutte le istituzione conosciute?) posso inoltrare la mia richiesta di adesione al provvedimento di dilazione in 456 rate, per 76 anni complessivi, del mio debito con lo Stato, che il prossimo mese di novembre si materializzerà sotto forma di saldo Irpef per il 2017, al quale va aggiunto, in vista del Santo Natale, l’anticipo dell’Irpef del 2018. Una bella somma, che tutta insieme, nell’approssimarsi dell’inverno, dei suoi rigori, delle prime nevi che imbiancano i tetti, mette a dura prova la mia scadente liquidità. Perché la Lega sì e io no? Io che per giunta non devo restituire allo Stato un maltolto, ma solo consegnargli più o meno la metà del frutto della mia onesta fatica di professionista con partita Iva? Io che non devo giustificare una refurtiva, ma partecipare onoratamente ai conti pubblici, contando di poter pagare, con le mie tasse, una bella manciata di redditi di cittadinanza? E dunque? Se non 456 rate, mi accontenterei di 228, o addirittura 114, la metà della metà dell’aiutino concesso al partito più amato dagli italiani. Così che io possa, in soli 19 anni, saldare i miei conti quando sarò oramai in vista del bonifico per le pompe funebri. Spero dilazionabile anch’esso.

Fonte: Michele Serra su la Repubblica

L’ERBA DEL VECINO

20 settembre 2018

Se l’immaginifico Lucchetta tende le corte vocali tende le corde vocali come le corde di un’arpa per chiosare le imprese dei pallavolisti azzurri a colpi di metafore (<<un attacco all’azoto liquido>>), diventa un idolo della tv e i fan gli scrivono: <<Lucchetta, commentami la vita>>. Ma se i telecronisti Trevisan e Adani esaltano con altrettanto vigore la vittoria in rimonta dell’Inter di Vecino contro il Tottenham, in molti li accusano di retorica e partigianeria. La differenza non è solo che la pallavolo è meno divisiva del calcio, ma che Lucchetta si occupa di una pietanza tiepida, la Nazionale: qualcosa che è di tutti e di nessuno, come lo Stato. Mentre Trevisan e Adani maneggiano carne viva: il campanile. L’Italia è un sentimento affettuoso e blando. Il campanile, una malattia amorosa che si esprime nel provare gioia per le disgrazie altrui. Si può discutere sulla perdita dei freni inibitori che, dopo avere avvelenato i talk politici, ha contagiato le telecronache sportive nella convinzione che rappresenti un sintomo di sincerità. Però non illudiamoci che ad avere trovato irritante la telecronaca pro-interista sia stato un circolo zen. Erano semplicemente degli italiani che tifavano Tottenham. Così come ieri sera non pochi connazionali, al momento dell’espulsione di Ronaldo a Valencia, si saranno ricordati di avere dei parenti in quella città. E non interessa che la sconfitta di una squadra italiana affossi il prestigio dell’intero movimento. Da noi le opposizioni tifano sempre per i governi stranieri.

Fonte: Massimo Gramellini sul Corriere della Sera

IN POCHI SI POTRA’ FARE DI PIU’

19 settembre 2018

Nell’aula di Strasburgo si è appena compiuta una serie di miracoli che ha rinfrancato le speranze degli europeisti più sinceri. Con una robusta valanga di voti sono state approvate sia la messa sotto accusa del regime orbaniano di Budapest per violazione dello Stato di diritto sia una proposta di direttiva contro i parassiti miliardari di Internet per consolidare le basi anche economiche della libertà d’informazione. Mentre, nel suo discorso sullo stato dell’Unione, Jean-Claude Juncker ha lanciato due eccellenti provocazioni. La prima per rafforzare peso e ruolo dell’euro negli scambi internazionali, la seconda per affrontare il nodo dei migranti con la costituzione di un corpo europeo di guardie confinarie nell’ordine delle diecimila unità. Bene, anzi molto bene. Se non fosse che queste belle intenzioni passano ora al vaglio del Consiglio dei governi cui spetta la parola decisiva. E si sa come andrà a finire: le pur meritate sanzioni contro Orbàn non supereranno l’ostacolo del voto unanime, gli scrocconi del web troveranno amici benevoli, pochi vorranno impegnarsi in una competizione fra euro e dollaro. Pochissimi poi si mostreranno disposti ad accettare una forza sovranazionale all’opera sui propri confini. Alcuni in nome del dilagante e malsano nazionalismo, altri per codardo timore di offrire ai primi argomenti di facile propaganda domestica. Ancorché ultimo rifugio delle canaglie (Samuel Johnson) il patriottismo è merce elettorale assai esplosiva. C’è una lezione da trarre dalla contraddizione fra la bella giornata di orgoglio europeista celebrata a Strasburgo e la miseria di risultati politici che finirà per produrre. Lezione amara e scomoda sulla quale è d’obbligo meditare. L’Europa dall’Atlantico agli Urali è un’espressione geografica ma non geopolitica. Rare sono state le incursioni dello spirito illuminista tra Baltico e Mar Nero. Prima che gli spasimanti dell’autoritarismo putiniano, come anche Salvini e Le Pen all’Ovest, portino a compimento la missione di disfare l’Europa occorre prendere atto che già oggi con l’attuale impianto l’Unione a 28, presto a 27, non è più in grado di progredire. E non soltanto per l’ostacolo di meccanismi decisionali che offrono poteri paralizzanti a qualunque forma di dissenso. Ma soprattutto perché è ormai profonda la spaccatura verticale fra due blocchi politici contrapposti. Da un lato ci sono i Paesi dell’Est che si muovono sotto l’egida della cosiddetta democrazia illiberale e stanno minacciosamente raccogliendo con le loro predicazioni ampi consensi anche nella parte occidentale del continente. Mentre, dall’altro lato, da Berlino a Parigi ci sono governi irresoluti e partiti intimiditi che vorrebbero sì salvare il progetto europeo ma non trovano la forza di tirare le inevitabili conseguenze di questa incresciosa realtà. Prima fra tutte quella che lo storico progetto di unità europea oggi può essere salvato soltanto al prezzo di una pur dolorosa operazione chirurgica. Solo in meno si potrà fare di più, molto di più. Altro che negoziare l’adesione di nuovi Paesi, la crescita politica dell’Unione oggi può realizzarsi solo per sottrazione. Dopo anni di ossessivi dibattiti sul rigore dei bilanci pubblici, è giunta l’ora di dedicarsi a una ben più vitale austerità: quella politica e istituzionale all’insegna della democrazia fondata sullo Stato di diritto.

Fonte: Massimo Riva su la Repubblica

MA L’ELITE NON E’ LA CASTA

19 settembre 2018

Il manifesto della rivoluzione sovranista è la seguente frase attribuita a Matteo Salvini: <<Non esistono destra e sinistra, esiste il popolo contro le èlite>>. Dice molto, al proposito, il curriculum del perito elettronico Simone Valente, sottosegretario grillino alla Presidenza incarico di gestire il dossier Olimpiadi, che si definisce “dipendente pubblico” (in quanto parlamentare?). Eccolo: uno stage alla Virgini active, un secondo stage alla scuola calcio della Juve, tre mesi da venditore di Decathlon.Valente contro il sindaco milanese Giuseppe Sala, già dirigente della Pirelli, direttore generale di Telecom Italia, direttore generale del Comune di Milano, amministratore delegato dell’Expo 2015. L’immagine plastica del popolo (Valente) contro le èlite (Sala). La tesi che i Paesi sviluppati non soltanto possano ormai fare a meno delle <<èlite intellettualoidi>> (formula coniata da Luigi Di Maio), ma che le stesse èlite vadano necessariamente spazzate via in quanto nemiche del popolo e amiche dello spread, ormai dilaga ovunque. Anche se qui la guerra si serve di un’arma ancor più micidiale. L’idea che si va affermando è che le èlite si identifichino con ciò che viene ormai comunemente definita la casta. Che è cosa, però, ben diversa dalle vere èlite, le quali dovrebbero coincidere con l’intera classe dirigente. Burocrati, imprenditori, professionisti, manager, medici, artisti, politici: indipendentemente dalle colorazioni, ciascun Paese democratico ha le proprie èlite. L’Europa ha dato il meglio di sè nei momenti in cui le oggi tanto vituperate èlite erano formate da veri statisti, peggiorando poi in modo radicale quando il loro posto è stato occupato da personaggi via via sempre più modesti. Gran parte dei problemi del nostro Paese sono strettamente legati al fallimento delle èlite. Ma per tentare di risolverli in modo strutturale non c’è che una strada: ricostruire una classe dirigente, onesta, capace e consapevole del proprio ruolo nella tutela dell’interesse pubblico. Con meccanismi di selezione trasparenti e credibili. Coerentemente, stiamo assistendo a un ulteriore impoverimento della qualità di chi è investito del compito di decidere. Abbiamo avuto un primo assaggio con la formazione del governo, dove accanto a residui della seconda Repubblica e figure improvvisate non manca un sottosegretario agli Esteri convinto che l’uomo non sia mai andato sulla Luna. Quindi un secondo assaggio con l’ondata di epurazioni ed nomine seguite seguendo il medesimo metodo della cooptazione acritica che ha innescato la mediocrazia. Esattamente come la politica italiana ha sempre fatto, con rare eccezioni. Senza verificare qualità e attitudini, ma solo appartenenza e fedeltà. E sorvoliamo, per carità di patria, sul curriculum.

Fonte: Abbiamo ampiamente utilizzato un articolo pubblicato su la Repubblica Sergio Rizzo, da noi selezionato perché utile al fine della maggiore conoscenza che è poi il compito che ci siamo imposti.

“M. Il FIGLIO DEL SECOLO”

19 settembre 2018

Il saggio di Scurati ha struttura e punto di vista particolari nel senso che l’autore, pur ribadendo il suo convinto antifascismo, racconta da romanziere gli eventi, e lo stesso uomo Mussolini, senza pregiudizi. Questo primo volume di oltre ottocento pagine comprende il periodo tra la nascita dei fasci nel 1919 a Milano, fino all’assassinio di Matteotti nel 1924. Nessun “romanzo” italiano era mai stato dedicato a quel periodo cruciale con altrettanta precisione d’indagine. Ho messo le virgolette alla parola romanzo perché se la narrazione ha andamento narrativo, tutto ciò che si legge è basato su documenti, alcuni dei quali raramente esplorati. Per meglio attrezzarmi sull’argomento ho chiesto l’opinione del professor Emilio Gentile, tra i massimi storici del fascismo, che qui tento di riassumere. L’ipotesi più probabile per la decisione del re e la sua successiva revoca era il comportamento dei vecchi dirigenti liberali, compreso Giolitti, convinti di poter addomesticare il fascismo concedendogli il governo. La loro illusione era che, a breve, l’esperimento sarebbe fallito. Se Giolitti, Facta (nel 1922 era lui il presidente del Consiglio), Nitti, Salandra, Orlando, trattavano segretamente con Mussolini, Vittorio Emanuele non voleva rischiare l’accusa di voler fomentare una guerra civile tra esercito, camicie nere, ex combattenti e ufficiali decorati durante il conflitto. Il professor Gentile ha esposto e motivato questa tesi nel saggio “E fu subito regime” (Laterza ed.). Il giorno dopo la famosa “Marcia” e cioè il 29 ottobre (1922), Mussolini salì su un treno a Milano dove era prudentemente rimasto a vedere come sarebbe andata a finire. Alle 10,50 del 30 ottobre sbracò alla stazione Termini e alla folla che lo accoglieva disse: <<Sono venuto a Roma per dare un governo alla Nazione. Tra poche ore la Nazione non avrà solo un ministro: avrà un governo>>. Era stupito egli stesso della facilità dell’impresa. Postilla il professor Gentile: in realtà non era un governo, sarebbe stato un regime.

Fonte Corrado Augias su la Repubblica