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LE PROMESSE DEL CAIMANO

19 febbraio 2018

Silvio Berlusconi, con la sua solita faccia tosta di impunito, dal suo alto scanno promette (quante promesse non mantenute!) una crescita del prodotto interno lordo del 30%, contributi azzerati per i giovani neoassunti, per i primi sei anni, <<così che le imprese possano dimezzare il costo delle assunzioni. Intervistato dal suo Tg5 il leader di Forza Italia insiste come sempre sulla flat tax: <<Se gli italiani vogliono cambiare davvero in meglio l’Italia, devono affidare a FI e al centrodestra la guida perché è l’unica che ha il buonsenso, la determinazione e la competenza per far ripartire il Paese>>. Della flat tax finora Berlusconi ha detto quasi tutto, dove è stata applicata, le ragioni per cui farebbe emergere il sommerso. Un’opzione in apparenza senza effetti negativi, in grado di fare salire contemporaneamente sia il gettito che il Pil: <<Contiamo di arrivare al 3% di crescita con una grande rivoluzione fiscale che si chiama flat tax che, dove è stata applicata, ha prodotto una forte crescita dell’economia con più posti di lavoro ed entrate nelle casse dello Stato. Ha anche semplificato il rapporto fra i contribuenti e il fisco, Sarà così anche in Italia>>. Sulla rete Mediaset si discute anche di disoccupazione: <<C’è un problema urgente, anzi urgentissimo. quello dei giovani senza lavoro, che è una vera emergenza. Per questo daremo una risposta immediata. Aboliremo da subito ogni tassa e contributo sui contratti di praticantato e primo impiego, quindi per i primi 6 anni, così assumere un giovane con uno stipendio di 1.500 euro costerà alle aziende 1.500 euro mentre oggi costa il doppio>>. Su Facebox ieri l’ex premier è tornato sul tema della sicurezza: <<Con i nostri governi ci siamo impegnati per la sicurezza dei cittadini, garantendola con l’operazione Strade sicure e l’istituto di poliziotti e carabinieri di quartiere. Una volta al governo rilanceremo con  la massimo priorità queste iniziative, affiacandole al rimpatrio di tutti gli immigrati clandestini, così da disinnescare quella che oggi rappresenta una vera bomba sociale pronta a esplodere>>.

A nostro commento che sarebbe lungo se volessimo riprendere tutte le faccende che Berlusconi ha messo in campo sia da uomo di governo che da imprenditore. Se non fossimo certi dell’inutilità di qualche nostro modesto consiglio, lo solleciteremmo a lasciare la politica, se non altro per non procurare altri fastidi ai suoi attacché e soprattutto a noi a tutti.

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LETTERE AD ALDO CAZZULLO – CORSERA

19 febbraio 2018

Sono stati giustamente ricordati, dai giornali e tv, i dodici professori universitari che nel 1931 si rifiutarono di giurare fedeltà al regime fascista e perciò furono destituiti dalla cattedra di cui erano titolari. Sarebbe anche giusto venisse qualche volta ricordata pure la vicenda del licenziamento di quegli anonimi lavoratori – operai, impiegati, ma anche dirigenti, come nel caso di mio padre – che risultavano non iscritti al partito dopo l’entrata in vigore del codice Rocco. Ciò servirebbe a far comprendere quanto falsa sia l’asserzione secondo la quale nel Ventennio tutti erano fascisti.

 

Lei dice un’ovvietà che al nostro tempo diventa dirompente. A ogni angolo di strada infatti si sente dire che gli italiani sono stati tutti fascisti; magari per aggiungere che dopo il 25 luglio (qualcuno dice dopo il 25 aprile) diventarono tutti antifascisti. Ma non è questa la storia d’Italia. Misurare il consenso a a una dittatura è sempre molto difficile. E’ difficile distinguere tra accettazione passiva e dissenso silenzioso. Quel regime orrendo che fu il comunismo sovietico, ad esempio, non cadde certa a causa del dissenso o delle manifestazioni popolari; si suicidò con la guerra in Afghanistan e il tentativo impossibile di autoriformarsi. Il franchismo morì con Franco; e anche Mussolini sarebbe morto nel suo letto, se non avesse condotto l’Italia al disastro della Seconda guerra mondiale. Questo non significa che gli italiani siano stati tutti fascisti. Certo molti lo furono (qualcuno lo è ancora oggi). Molti altri videro nel fascismo un male minore rispetto al comunismo. Molti altri ancora si convinsero negli anni delle conquiste africane. Ma molti non erano per nulla fascisti. Certo, gli oppositori militanti furono relativamente pochi (per quanto i tribunali speciali macinassero migliaia di condanne al carcere e al confino, che non era una vacanza ma la morte civile). Furono infinitamente di più coloro che chinarono la testa, per paura, per quieto vivere, per mancanza di alternativa. Chi siamo noi per giudicarli oggi? Non c’erano libere elezioni, non c’erano altri partiti; c’era l’olio di ricino, il licenziamento, la manganellate, la persecuzione. Chi non ebbe il coraggio di scegliere questo destino ca considerato di per sé un fascista? Non credo.

LETTERE A CORRADO AUGIAS – LA REPUBBLICA

19 febbraio 2018

Gentile Augias, come ex insegnante sono dispiaciuta per l’aumento dell’aggressività di alcuni genitori verso i docenti. Nella mia carriera, ho subito un’aggressione verbale da parte del genitore di una maturanda. Io non  ho parlato, ho solo ascoltato i suoi improperi e gli ho detto che l’avrei denunciato. Cosa che ho fatto, e nei tre gradi di giudizio ho sempre vinto. Mi è perfino capitato che un  ragazzo, maturando senza voglia di studiare, mi abbia avvicinato all’uscita di scuola e mi abbia sibilato con fare mafioso che se non l’avessi promosso mi avrebbe rigato la macchina; al che io l’ho ringraziato: se troverò la macchina danneggiata saprò chi denunciare. Il furbetto studiò. La funzione docente è una missione, non si trasmettono solo nozioni, ma si cerca di trasmettere l’amore per il sapere e la consapevolezza che la conoscenza è l’apprendimento permanente. A mio modesto avviso molti genitori vivono i figli come strumenti di riscatto e quando questi non riescono ad arrivare da solo all’eccellenza, dicono che è colpa dei docenti e li aggrediscono.

 

La professoressa Franca Di Blasio, sfregiata giorni fa a Caserta dalla coltellata di un alunno, sentita dai carabinieri in ospedale, ha detto: <<Forse abbiamo fallito>>. Fallimento nel senso che si può ricavare anche dalla lettera della nostra interlocutrice, fallimento non nella trasmissione di nozioni ma di quell’educazione alla conoscenza che è base di ogni individuo civilizzato, Il dubbio espresso dalla prof. Di Blasio è nobile ma io sono meno severo di lei: la mia opinione è che la scuola da sola non ce la fa, le cose funzionano quando l’insegnamento scolastico  è integrato da quello che gli allievi vedono e sentono in famiglia, in giro per strada, assorbono dagli esempio che vedono o di cui leggono. E’ il complesso della vita – a scuola, a casa, con gli amici – che favorisce o al contrario limita, comunque condiziona, l’educazione di un giovane. Credo che non a caso gli ultimi episodi di aggressione a un insegnante  si siano verificati in zone depresse del paese, là dove più sarebbe necessario intervenire. Alzando lo sguardo dai casi particolari all’atmosfera generale dei nostri tempi, non solo italiana, si vede che questi comportamenti aggressivi sono favoriti da una diffidenza generalizzata che porta sminuire o addirittura vilipendere ogni tipo di competenza, dalla politica alle scienze. Ho sotto gli occhi un ottimo saggio di Tom Nichols dal titolo. “La conoscenza e i suoi nemici”. La tesi di fondo si può così riassumere: l’attuale sviluppo tecnologico ha diffuso una quantità d’informazioni senza precedenti. Il risultato però non è stato l’inizio di un nuovo illuminismo bensì il sorgere di un’età dell’incompetenza in cui una sorta di egualitarismo narcisistico e disinformato pretende di dibattere con chiunque alla pari. Medici, professori, specialisti non sono più figuri cui affidarsi ma odiosi rappresentanti di un sapere elitario e sostanzialmente inutile. Tu bocci mio figlio? E io ti meno

UN CASO CLINICO MONDIALE

19 febbraio 2018

Se davvero Berlusconi vincesse le elezioni, sia pure come capo di un assurdo accrocco di europeisti e antieuropeisti, di liberali e di fascisti, l’Italia diventerebbe (meritatamente) un caso clinico mondiale, con gli archivi di giornali e telegiornali di tutto il pianeta alla ricerca delle vecchie vignette sul bunga bunga e dei vecchi filmati di repertorio, quelli con Silvio nella parte dell’italiano che fa lo spiritoso – non sapendo fare altro – tra i potenti della Terra. E mentre all’estero la butterebbero in commedia, le ricadute tragiche e umilianti sarebbero solamente nostre, come è giusto che sia: mica possiamo pretendere che il resto del mondo, Europa compresa, si preoccupi più di tanto di un popolo tanto impresentabile da ripresentarsi, dopo tutto quello che è successo, berlusconiano. La prima delle ricadute, la più prevedibile, sarebbe la penosa rissa tra gli sconfitti (la sinistra in cocci, l’inutile armata grillina) che si accusano a vicenda di non avere saputo evitare l’orribile dischiusa del sepolcro politico nel quale giaceva quel signore. Passata quella tempesta emotiva, i veri conti da fare saranno quelli con la crisi depressiva di un paese che si ritrova, venticinque anni dopo, a venticinque anni prima. Unico possibile vantaggio: che la crisi di autostima sia così profonda e definitiva, da distruggere per sempre i nostri alibi.

Fonte: Michele Serra su la Repubblica

L’INVETTIVA DELLA PRIMA SIGNORA BAGLIONI

19 febbraio 2018

Che tenera! La Prima Signora Baglioni (Paola Massari) ha lanciato una lunga e dura invettiva contro quei critici che, dopo il successo di Sanremo, hanno tentato di rivalutare l’ex marito: <<Eh no, cari polverosi pennaioli, coevi ingloriosi dei gloriosi anni 70. Portabandiera dei detrattori, d’un colpo folgorati e redenti. Quelli per i quali la dignità del sentimento si riduceva a banale sentimentalismo. Quelli che, o si trombava nelle stanze fumose delle aule occupate, o si era mentecatti romantici. Quelli per cui interpretare la vita senza l’ausilio di uno slogan preso in prestito dalla eco della piazza, relegava la reputazione al marchio di una mosceria giuggiolona e disimpegnata>>. E così via, randellando. C’è da capirla la Prima Signora Baglioni. Era la Musa, era pur sempre lei a indossare la <<maglietta fina, tanto stretta al punto che…>>. A quel tempo la critica si occupava di Guccini, DE Gregori e Baglioni era dipinto come cantore crepuscolare dei piccoli sentimenti in un’Italia democristiana: stornelli gozzaniani che facevano palpitare le giovanissime. A leggere bene l’invettiva, però, si capisce che è una grande dichiarazione d’amore nei confronti dell’ex marito e di quel magico istante in cui i due stavano <<accoccolati ad ascoltare il mare>>. Sì, ma cosa ne dirà la Seconda Signora Baglioni, che da più di vent’anni convive con il divo Claudio?

Fonte: Aldo Grasso sul Corriere della Sera

AUTORITA’ SOSTITUTIVA

19 febbraio 2018

Una bambina del casertano, con problemi di comportamento, viene sottratta ai medici e affidata un prete esorcista dai genitori bigotti. Vive segregata, sottoposta a privazioni di ogni genere e nutrita solo con latte e biscotti “su suggerimento di San Michele”, dice il prete. La coraggiosa sorella maggiore, ribelle alla famiglia, denuncia il caso alle “Iene” , che lo rendono pubblico con un lungo servizio. terribile spaccato delle condizioni di ignoranza e superstizione nelle quali vivono alcuni (molti? pochi?) italiani. Ne esce il ruolo di vera e propria Autorità Sostitutiva che, in alcune zone diciamo così meno progredite del nostro Paese, la Chiesa svolge tutt’ora, più forte delle leggi dello Stato, impermeabile a carabinieri e polizia, tetragona alla scienza e forte di una soggezione popolare che sembrerebbe nel 2018, ancora irredimibile. Fonte primari di questa soggezione è la paura. La paura di un dio punitivo che trova qualche suo degno ministro la maniera di manifestarsi, come diceva Giordano Bruno, “con forza e non con l’amore”. Essendo passati pochi giorni dall’ anniversario della messa al rogo di quel grande e incauto eretico (17 febbraio del 1600), viene da dire che le braci di quel supplizio ancora infliggono ferite. “Purificare” la carne (anche quella di una bambina) mortificandola: è uno scandalo ed è un crimine.

Fonte: Michele Serra su la Repubblica

UNICA AL MONDO

19 febbraio 2018

Ieri mi sono svegliato più lamentoso del solito. Poi ho aperto il giornale e ho letto dei Bea. Ho letto che aveva una malattia unica al mondo che calcifica le articolazioni, talmente unica che non le hanno ancora trovato  un nome. Ho letto che qualsiasi gesto quotidiano, dal vestirsi al soffiarsi il naso, le costava sforzi sovrumani: era un’anima dentro un corpo che non le apparteneva. Ho letto che non voleva mai addormentarsi perché aveva paura di non svegliarsi più; e che da sveglia sognava di diventare un’anestesista o una pattinatrice. Ho letto che aveva male dappertutto, ma non si lamentava; e che, quando incontrava un bambino con problemi infinitamente inferiori ai suoi, gli diceva: <<Non preoccuparti, ti aiuto io>>. Ho letto che amava ballare, ma per riuscirci dovevano infilarla dentro il marsupio di qualcuno che ballava con lei; e che scherzava con le sue amichette: <<Alziamoci, ho bisogno di sgranchirmi le gambe>>. Ho letto che la madre Stefania, che era le sue gambe, è morta di tumore sei mesi fa; e che anche Bea, nel giorno degli innamorati, è finalmente uscita dalla prigione di ossa. Ho letto che stamattina ai suoi funerali, ci saranno palloncini colorati e bambini mascherati da supereroi come piaceva a lei, che lo era più di tutti, senza neanche saperlo. Appena ho finito di leggere mi sono sentito, nell’ordine: uno scemo, un ingrato, ma soprattutto un privilegiato smanioso di sdebitarsi.

Fonte: Massimo Gramellini sul Corriere della Sera