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Solidarietà tra donne

22 maggio 2017

SOLIDARIETA’ TRA DONNE
Bravo al presidente Macron che ha scelto come nuovo ministro dello Sport la schermitrice Laura Flessel, più volte medaglia olimpica. La qurantacinquenne campionessa di scherma originaria della Guadalupa, saprà di sicuro ben indirizzare le politiche dello sport francese. Il nuovo inquilino dell’Eliseo ha puntato su una persona che della pratica sportiva e della sua importanza per i giovani (e non solo) ha piena consapevolezza e anche enorme esperienza. Forse è arrivato il momento che pure in Italia per alcuni dicasteri vengano scelte persone con un’esperienza diretta sul campo, e che possono diventare, in quei settori, dei veri ambasciatori nel mondo, ricchi di una rete di relazioni di indubbio valore. Sarebbe un vero salto di qualità.
Anche da noi si era parlato di affidare un ministero a un’atleta molto più importante di Laura Flessel: Valentina Vezzali, insieme con Sara Simeoni la più grande campionessa italiani di tutti i tempi. Incredibilmente fu la capitana della nazionale femminile di calcio la promotrice di una petizione anti-Vezzali, che in due settimane raccolse 27 mila firme. La motivazione ufficiale era che Valentina non avesse la necessaria competenza per fare il ministro; ma se questo fosse il criterio, al governo rimarrebbero in pochi. Onestamente credo che un po’ più di solidarietà femminile non guasterebbe. Gli uomini praticano da secoli l’arte di mettere le donne le une contro le altre, a volte con il loro volenteroso aiuto. Qualcosa certo sta cambiando. Un tempo le donne esitavano a votare altre donne; oggi grandi città italiane sono governate – bene o male è un altro discorso – da giovani militanti. Essere femmina non è più un ostacolo, anzi può essere un valore aggiunto, anche alle elezioni. Ma il cammino verso le pari opportunità non è ancora compiuto. L’autostima, la consapevolezza di se stesse, la “sorellanza” sono scale da percorrere un gradino alla volta; l’importante è continuare a salire, anziché scenderle. Quanto al governo di Parigi, è composto per lo più da personaggi di seconda fila, a cominciare dal primo ministro. Ma il disgusto dei francesi per le solite facce è tale che il neonato movimento di Macron uscirà dalle legislative di giugno come il partito con più deputati anche se difficilmente arriverà alla maggioranza assoluta. Il vero colpo mediatico è Nicolas Hulot, popolare conduttore ambientalista; un po’ come se Gentiloni chiamasse al suo fianco Alberto Angela o Camilla Raznovic.

La parola del Capo

22 maggio 2017

LA PAROLA DEL CAPO
Si dice da più parti e da più tempo che il M5S sia in qualche modo una fortuna per l’Italia perché ha catalizzato il malcontento popolare in una forza politica che, a differenza delle destre xenofobe europee non costituisce un pericolo per la democrazia. A mio avviso il pericolo è più subdolo perché meno apparente: ciò che più mi preoccupa dei pentastellati è il loro totale ripiegamento sulla parola del Capo. Nel popolo del Pd non mancano dissidenti e malcontenti. Tra i grillini invece non si vedono ripensamenti nemmeno in un caso clamoroso come quello della sindaca Raggi. Mi ha stupito ancor di più – per esempio – il commento fi una militante all’elogio di Grillo nei confronti di Putin e Trump: <>. Il Capo può dire e fare tutto e il suo contrario (come nel caso delle alleanze al Parlamento europeo) ma i suoi seguaci ritengono che la contraddizione stia sempre in chi riferisce i fatti. Io credo che la logofobia (paura ingiustificata delle parole e del loro utilizzo) rappresenti per la democrazia un pericolo maggiore della più deprecabile xenofobia.
Non è facile, tanto più qui, dire quale sia il pericolo maggiore per una democrazia tra i due indicati dal nostro cortese interlocutore. Con più facilità si possono illustrare le ragioni dell’atteggiamento dei seguaci di Grillo e di Casaleggio che sono state più volte e accuratamente analizzate. Una delle motivazioni, forse la più importante, è di psicologia politica. Chi si fa seguace di un movimento di accesa, veemente protesta – non dimentichiamo la violenza verbale dei comizi di reclutamento tenuti da Grillo – è talmente esasperato dalla situazione esistente da subordinare alla sua collera ogni altra ragione o motivo. Rispetto alla dimensione del proprio scontento, tutto il resto sembra un’inezia insignificante. Tipica – per fare un esempio – la reazione al disastro della nettezza urbana a Roma. Si lamenta che dopo quasi un anno di amministrazione grillina, la città è più sporca e più abbandonata di prima. Risposta: ma voi avete rubato per vent’anni . E’ un tipico esempio di aggiramento del problema, una risposta che non risponde di stampo infantile. Signora maestra Gigeto m’ha rotto la penna; non è lui che m’ha preso la merenda. Un’altra causa, è stato detto, è che ogni movimento senza dottrina e senza pratica di governo, dove ogni iniziativa riposa sull’approvazione del leader, dove riporre in lui una smisurata fiducia. Qui s’è fatto il paragone con le sette esoteriche fondato sulla venerazione del Capo, sulla fede nella sua illuminata parola. Pensare che una tale fede riposa in un ex comico digiuno di ogni dottrina, impensierisce. Un’applicazione collaterale della stessa causa è la mania complottistica, vedere ovunque e in chiunque il pericolo di un agguato, una minaccia, una mossa a tradimento. Poi ci sono ragioni più solide, pria delle quali l’incapacità della sinistra di rendersi conto che il quadro delle necessità e dei disagi stava velocemente cambiando. L’analisi più accurata su questo punto l’ho letta nel saggio di Luca Ricolfi Sinitra e popolo (Longanesi) alle cui pagine rimando chi fosse interessato.
Fonte: lettere ad Augias su la Repubblica

Chi vince festeggia, chi perde spiega

22 maggio 2017

CHI VINCE FESTEGGIA, CHI PERDE SPIEGA
Sotto la cresta dell’onda. Se Antonio Conti ride, Walter Mazzarri piange. Metaforicamente, s’intende. L’ex allenatore della Juventus è sulla cresta dell’onda: ha appena vinto il titolo di campione d’Inghilterra, stracciando la concorrenza con una squadra che l’anno precedente aveva chiuso la stagione al decimo posto: il Chelsea de magnate Roman Abramovich. E Mazzarri? L’ex allenatore dell’Inter ha chiuso con il Watford, la squadra inglese della famiglia Pozzo (quella dell’Udinese). Nonostante il raggiungimento dell’obiettivo-salvezza, l’allenatore italiano ha fatto le valigie. I giornali inglesi sono stati impietosi: <> ovvero <> (l’inglese, ndr). E molti siti hanno riesumato la sua prima, disastrosa performance, il messaggio del tecnico ai tifosi del Watford pubblicato dai canali ufficiali del club inglese ai tempi del suo insediamento. Per il Dayl Mail i calciatori erano stufi di ricevere indicazioni in italiano. E’ probabile che Mazzarri non abbia doti comunicative, che la sua conoscenza dell’inglese abbia comportato diversi problemi di natura tattica e comunicativa durante la stagione, ma una medaglia fatalmente ha sempre il suo rovescio. Da una parte Conte, dall’altra Mazzarri. Come dice Julio Velasco <>, E a piegarti in una lingua che non conosci, finisci sempre per essere sconfitto due volte. Anche in italiano.
Fonte: Aldo Grasso sul Corriere della Sera

Ci volevano

22 maggio 2017

CI VOLEVANO
due ore piene per vedere sfilare, da un marciapiede di piazza della Repubblica, tutta la Milano che ha manifestato contro il razzismo. Popolo, per quantità e soprattutto per qualità: i filippini che puliscono le case, i latinos che guidano i furgoni e fanno i portinai, i cinesi del piccolo commercio e dei bar, gli ambulanti e gli scaricatori africani, gli operai rimeni, le badanti slave, i volontari, gli scout, i militanti politici, i sindaci (parecchi) con la fascia tricolore, i cittadini milanesi presenti in quanto cittadini milanesi. Il capo dei leghisti, il giorno prima, aveva previsto <>: uno che non sa niente, evidentemente della città in cui vive e del popolo che la abita e la forma. Bocciato, insomma, all’esame di populismo. Così come esistono le famiglie di fatto, esistono le città di fatto, e la Milano vista sabato scorso era esattamente questo: una città di fatto, con la sua vivezza, i suoi urti, i suoi problemi. La politica ha il compito di prendere atto di come cambia la società, di offrirle doveri e diritti, regole e possibilità. Non di piegarla al proprio arbitrio. Il razzismo è ideologico, l’antirazzismo è pragmatico.
Fonte: Michele Serra su la Repubblica

Gli anni dei padri

22 maggio 2017

GLI ANNI DEI PADRI
I genitori del XXI secolo sono più vecchi di quelli del XX secolo. Nel 2015, nel Regno Unito, l’età media di chi lo diventava per la prima volta era 33 anni per gli uomini e 30 per le donne, circa quattro anni di più di 40 anni prima. I motivi li conosciamo tutti: i soldi e la carriera, perché i figli oggi costano. E anche i rischi sono conosciuti: le difficoltà relative alla procreazione in età avanzata. Fino a poco tempo fa, il dibattito relativo all’anzianità dei genitori era concentrato sul declino della fertilità femminile, ma studi recenti condotti nel Regno Unito indicano che anche l’età paterna gioca un ruolo importante, specialmente in relazione allo sviluppo fisico e mentale dei figli. I padri ultraquarantenni hanno il doppio di probabilità di mettere al mondo bambini che svilupperanno comportamenti autistici e schizofrenici o che avranno problemi di apprendimento a scuola. Nel Regno Unito, nel 2015, 15 per cento dei padri aveva superato i 40 anni. Uno studio condotto su un campione 2,6 milioni di svedesi, dove si sono messi a confronto i figli degli stessi papà, ha dimostrato che tra quelli nati quando i padri erano più anziani il rischio di malattie psichiatriche e di voti più bassi a scuola era maggiore rispetto ai fratelli concepiti quando il genitore era più giovani. Difficilissimo stabilire le ragioni di queste statistiche, e cioè il motivo per cui l’invecchiamento dei padri condiziona l’evoluzione psico-fisica dei figli, in fondo siamo ancora agli albori di questo tipo di ricerca. Ma sicuramente il processo di procreazione funziona meglio quando avviene in età giovane, come stabilito dalla natura e non dalla carriera o dalla sicurezza finanziaria del XXI secolo.
Fonte: Loretta Napoleoni su “Il Venerdì” , suppl, de la Repubblica

Le banche

20 maggio 2017

LE BANCHE
Ferruccio De Bortoli, in Poteri forti (o quasi). Memorie di oltre quarant’anni di giornalismo, edito da La Nave di Teseo, scrive a pag. 209: <>. Come già sapete, queste poche righe – decisamente uno scoop – hanno provocato una bufera. Come andrà a finire? Speriamo non come la vicenda che successe nel 1974, protagonisti il banchiere Michele Sindona e il senatore Giulio Andreotti, e che ebbe conseguenze tragiche per il Paese. La storia andò così. Il banchiere “venuto dal nulla” Michele Sindona divenne molto potente a metà degli anni Settanta sia in America, dove possedeva la Continental Illinois (13esima banca american, notevole macchina di lavaggio di denaro sporco), che in Italia, dove, attraverso la semisconosciuta Banca Privata Finanziaria, amministrava beni del Vaticano, di massoni e boiardi di Stato, oltreché di Cosa Nostra, orientandoli verso paradisi fiscali. Sindona era un personaggio in forte ascesa, che ambiva a diventare il principale broker finanziario italiano, ed era sponsorizzato da Giulio Andreotti. Nel 1974 il suo impero fece crack sia negli Usa, che in Italia. All’inizio, il fallimento della Banca Privata sembrava una cosa risolvibile. Andreotti chiese a Mario Barone, amministratore delegato del Banco di Roma (banca pubblica) di fargli il favore di rilevare la Banca Privata. Nessuno trovò la cosa “inusuale” e Barone acconsentì. Si mise però di mezzo il commissario liquidatore Giorgio Ambrosoli che. in solitudine, aveva scoperto ammanchi, ruberie e una criminalità tale da rendere impossibile “assolvere” la Banca e permetterne il salvataggio. Per questo – “per la sua ostinazione a non voler capire” – Sindona lo fece uccidere a Milano da un killer venuto da New York: la globalizzazione c’era già allora. Seguì, in Italia un dominio finanziario che vide il crollo dell’Ambrosiano e diversi cadaveri eccellenti tra cui il Papa, Aldo Moro, Roberto Calvi, il generale Dalla Chiesa e Sindona medesimo. Sopravvissuto a tanta strage, Andreotti disse, in una pubblica riunione, in quel birignao che ci piaceva tanto: <>. La platea applaudì. Il dissesto di Banca Etruria non ha sicuramente caratteristiche sindoniane. Unicredit (banca privata usa ai favori) poteva anche comprarsela; però non l’ha fatto. Il secondo scoop, quindi, sarebbe la pubblicazione del rapporto che ha sconsigliato l’acquisto, dispiacendo la ministra Boschi. Le ragioni del non possumus dovrebbero essere rimaste in archivio, nel grattacielo di piazza Gae Aulenti a Milano. Cosa aveva trovato di così brutto, l’investigatore Unicredit?
Fonte: Enrico Deaglio su “Il Venerdì” suppl. de la Repubblica

La mensa scolastica

20 maggio 2017

LA MENSA SCOLASTICA
A Milano il presidente del Codacons, paladino dei consumatori, non paga da anni la mensa scolastica delle figlie perché – dice – il cibo non è granché. Riesco a malapena immaginare le sofferenze quotidiane di questo esteta. Al bar paga il caffè soltanto quando è buono, altrimenti niente. In edicola compra tre giornali ma ne paga uno, perché gli altri due hanno dei titoli che non lo convincono. Stesso discorso per i parcheggi: paga quelli all’ombra. I posti al sole francamente no. Quanto agli autobus, dipende. Se lo costringono a restare in piedi, il presidente viaggia senza obiettare. Se invece riesce a sedersi, allora timbra con magnanimità. A meno che l’autista prenda una buca: in quel caso ritiene suo dovere di cittadino indignato astenersi. Non si creda che il dottor Marco Maria Donzelli sia mosso da bieco menefreghismo. Al contrario. E’ il ruolo istituzionale che lo obbliga a prendersi cura dei diritti dei consumatori, cominciando dai suoi per mere ragioni di prossimità. Nell’illuminante intervista rilasciata a Rossella Verga del Corriere ha spiegato che il cibo della mensa <>. Quale sia questa linea non è dato sapere. Ma è quanto basta perché si senta autorizzato a non pagare. Vorrei denunciare al Codacons le migliaia di cittadini milanesi fuori linea che si ostinano a finanziare la mensa dei figli per consentire a quelli del presidente di mangiare a sbafo e a lui di recitare la parte della vittima.