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FATICARE NON RENDE

17 ottobre 2017

Faticare non rende
Immagina di avere trentacinque anni e di guadagnarti ancora da vivere in un call center. Avevi cominciato da ragazzo per metterti in tasca qualche euro in attesa di meglio.Ma il meglio non è mai arrivato e adesso ti ritrovi adulto con le cuffie a molestare telefonicamente degli sconosciuti o a fare da capro espiatorio alla loro ira per la memorabile somma di 750 euro al mese. Soldi comunque irrinunciabili, perché nel frattempo persino tu ti sei azzardato a mettere su famiglia. Sul mercato del lavoro sei un numero fungibile. Su quello della politica un numero e basta, perché nessun partito si occupa di te: non vai di moda. Ti resta la dignità con cui rifiuti un accordo sindacale che ti avrebbe ridotto all’osso i già dimagriti diritti e dimezzato i magrissimi straordinari. Per tutta risposta l’azienda – che in questa storia si chiama Almaviva, ma ha altri mille nomi ogni giorno, in ogni parte del mondo – ti recapita a casa una lettera in cui annuncia il tuo trasferimento immediato da Milano a Rende, provincia di Cosenza. Tu pensavi che nell’era della banda larga non fosse necessario andare dall’altra parte della penisola per continuare a rispondere a una telefonata. Magari tuo padre era salito a Milano dal Meridione per trovare un lavoro, e ora a te si chiede di compiere il cammino inverso, separandoti dalla tua famiglia senza neanche una prospettiva di crescita economica o professionale. Ti senti sconfitto dalla vita e ti domandi: ma un sistema che si basa sul malessere della maggioranza quanto ancora potrà durare?
Fonte: Massimo Gramellini sul Corriere della Sera

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17 ottobre 2017

PRODI NON PARLA
Il professor Prodi che non parla “neanche sotto tortura” impersona piuttosto bene il comune sentire di molti altri ammutoliti di area dem, o di centrosinistra, o post-ulivista, o progressista (non solo non si sa più cosa mettersi; non si sa più neanche come chiamarsi). In simili temperie, altre volte, si accendevano animose discussioni, e anche questa rubrichina era destinataria di mail puntigliose, di opinioni incalzanti, di sms sarcastici. Insomma, si litigava. Ora nemmeno più quello, e non è un bel segno. Un silenzio depresso. Un complessivo allargare le braccia, come quando capitano disgrazie soverchianti le possibilità di difesa, fa seguito al Rosatellum e alla sua approvazione, diciamo così, per direttissima, come quando si processano i ladruncoli confessi. Spettatori, questo sentono di essere vaste porzioni di opinione pubblica di sinistra che pure, quanto a presenza e verbosità, possono contare su una lunga tradizione. Spettatori allo stesso modo nel quale lo sono stati, per pigrizia o per disinteresse, i tanti italiani convinti che la politica sia distante e inutile, un latinorum vuoto che serve solamente a chi lo usa. Ecco, una degli effetti indiscutibili di questo patto di fine legislatura è stato scoraggiare anche gli ultimi illusi.
Fonte: Michele Serra su la Repubblica

La gaffe di Brunetta

13 ottobre 2017

La gaffe di Brunetta
Renato Brunetta ieri 12 ottobre ha ricordato in Aula quello, che secondo lui, nel 2011 fu un <>. Allora al governo arrivò Monti. In un tweet, Brunetta ha però confuso le date: <>. NEL 2008 A VINCERE FU LA COALIZIONE DI BERLUSCONI
Fonte: Corriere della Sera

Una vita in prestito

13 ottobre 2017

Una vita in prestito
L’ex campione in disgrazia abita a Roma, su una strada avvelenata dagli scarichi delle auto che assediano i Musei Vaticani. La maglietta gli strizza la pancia e dai sandali spuntano calzettoni orribili. Ogni volta che il semaforo diventa rosso, lui conquista il centro della carreggiata e si mette a palleggiare, incollando la sfera alla nuca e da lì facendosela scivolare lungo la schiena. Poi passa tra le auto per riscuotere l’obolo. A tutti racconta la sua incredibile storia di ex terzino destro del Craiova e gli si inumidiscono gli occhi mentre ricorda gli scudetti vinti in Romania e il gol con cui nel 1983 trascinò la squadra alle semifinali di Coppa Uefa. Sulle figurine è Nicolae Negrila, ma si fa chiamare Negoro, il soprannome datogli dai tifosi. Lo imbarazza passare in rassegna le tappe del declino: i risparmi evaporati tra alcol e donne, e un a malattia rara ai polmoni a cui è miracolosamente sopravvissuto, ma che lo ha ridotto in miseria. La sua parabola, da campione romeno a mendicante romano, finisce sul web e approda in patria, dove trova un lettore particolarmente interessato: Nicolae Negrila, quello vero. Che è sì malato, ma vive con una certa agiatezza a casa sua. Rintracciato al solito semaforo, il finto Negrila conferma di aver rubato all’originale tutta la biografia. O quasi. O quasi. I soldi spesi in alcol e donne erano i suoi. In tanti anni di mestiere ho incrociato un vasto campionario di pazzi. Ma uno che, non riuscendo più a cambiare il presente, si cambia il passato e prende in prestito quello di un idolo della sua gioventù, fa tenerezza. E poi palleggia davvero bene.
Fonte: Massimo Gramellini sul Corriere della Sera

Un presagio

13 ottobre 2017

Un presagio
Con largo anticipo rispetto ad altre vigilie, si comincia già adesso a chiedersi per chi diavolo si potrà votare senza poi perdere il sonno per il rimorso. In genere questo presagio (sbagliare voto: oppure sprecarlo) cominciava a manifestarsi a poche settimane dalle elezioni. Ora è già vivo, precocissimo, mesi prima della fatidica domenica, grazie al gramo spettacolo parlamentare e allo sgangherato contrappunto che ne fa la piazza di fronte. E chi rifugge dall’astensionismo come da un malattia si domanda come diavolo fare, questa volta, per non ammalarsi, per non disertare un’occasione che fu per tanti, in gioventù, festosa e doverosa al tempo stesso. Votare sotto ipnosi? Su suggerimento dello psicoterapeuta, che ben conosce i danni prodotti dalla rinuncia alla responsabilità? Votare sotto dettatura, chiedendo dove mettere la croce a un consigliere autorevole, come facevano le vecchine democristiane sollecitate dal parroco? Votare con la macchina del tempo, fingendo che esista ancora la meccanica (celeste) che legava ogni elettore al suo Partito? Votare per pietà, per soccorrevole disposizione nei confronti degli ultimi, che in questa fase storica sono certamente i partiti che annaspano a bordo della legislatura come i naufraghi del Medusa?
Fonte: Michele Serra su la Repubblica

TRUMP ABBAIA

12 ottobre 2017

Trump abbaia
Per essere ammessi al club dei Rispettabili bisogna ribadire a ogni piè sospinto che Trump è il nemico numero uno dell’umanità. Macron può prendere in giro gli operai in sciopero e rimane uno statista illuminato. Trump invece è responsabile di ogni sciagura, comprese quelle minacciate dagli altri. L’ultimo ad attaccarlo è stato Eminem, il leggendario rapper che abita da vent’anni sotto il cappuccio di una felpa. Gli ha dedicato una canzone dove l’epiteto più gentile è <>. Come se a minacciare sfracelli atomici fosse stato Trump e non il dittatore nordcoreano. Ma sul feroce comunista asiatico nessuno spende una parolina a una parolaccia. Forse perché è comunista. O forse perché è asiatico, e in Occidente vige la regola che si può parlare male solo di chi sta con i cowboy. Trump è un marchio d’infamia e insultarlo equivale a un paternoster che monda da ogni peccato. Al suo ministro degli Esteri, considerato fini qui un infiltrato dei russi, è bastato dargli dell’imbecille per trasformarsi in statista. E possiamo immaginare che cosa si sarebbe detto e scritto se Harvey Weinstein, il produttore hollywoodiano che saltava addosso a qualsiasi scollatura, fosse stato amico e finanziatore del gel di carota della Casa Bianca, anziché di Obama. Intendiamoci. Trump è un truce affarista che frega il prossimo suo da quand’è nato, e senza neanche il tratto umano di Berlusconi. Non è per questo che dà fastidio, ma perché ha saputo parlare agli impoveriti. Quelli che il club dei Rispettabili ha smesso di ascoltare da tempo.
Fonte: Massimo Gramellini sul Corriere della Sera

LA POLITICA SPAVENTATA

12 ottobre 2017

La politica spaventata
“Un arrocco di forze politiche spaventate”, scrive su Repubblica Ezio Mauro a proposito del colpo di mano sul Rosatellum. Andando a ritroso nel tempo non è facile stabilire quanto lunghe siano, le radici di questo arrocco: è materia anche tecnica, per politologi e costituzionalisti. Ma ogni cittadino appena informato ha la sensazione che la politica italiana sia “spaventata” da molto, moltissimo tempo. Spaventata dagli elettori ma forse soprattutto da se stessa, dall’impotenza malata che ha impedito per più legislature, di dotarsi di una legge elettorale decente; dunque di governi che fossero legittimati non solamente dalle procedure e dagli aggiustamenti di Palazzo, ma persino da una vittoria elettorale… La sola vera “antipolitica” è costituita dall’impressionante fuga dalle urne degli ultimi anni. Ci fu un culmine clamoroso, davvero di fine epoca, nelle elezioni regionali del 2014 in Emilia-Romagna: 37 per cento di votanti, contro il 68(!!) delle precedenti elezioni. Se neppure le crepe più evidenti sono bastate a mutare il quadro, significa che i partiti, e il Pd per primo, non hanno più la forza di cambiare passo e intenzioni. Ammesso che ne abbiano la volontà, non ne hanno la forza. Non è solamente lo spavento, è anche l’estrema debolezza l’artefice di questo brutto finale di legislatura.
Fonte: Michele Serra su la Repubblica